Ricordo che, quando ero bambino, gli adulti mi dicevano sempre: "Guardami negli occhi quando ti parlo". Il mondo intero è andato avanti con la convinzione che, guardandosi negli occhi, si potesse capire e carpire tutto. Uno sguardo e ogni cosa appariva chiara: pensieri, speranze, sentimenti. Sembrava che l’anima fosse lì, a portata di vista.
Ai miei tempi, un amico girava con certi occhialacci di plastica dalle lenti scure, di quelli che si trovavano in regalo nei pacchetti di patatine. Con poco, riusciva a proteggere il suo mondo interiore. Ma se chi abbiamo di fronte ha lo sguardo celato, come facciamo a leggerne l'essenza?
Quando gli occhi non possono aiutarci, dobbiamo cercare altre strade. Non è detto, infatti, che siano sempre loro "lo specchio dell'anima". A volte c'è altro che ci racconta con molta più forza, rendendo lo sguardo quasi superfluo. Anche davanti a un volto scoperto, sono spesso i segni del tempo, le rughe, gli accessori, l'abbigliamento, il coraggio di essere e i modi di fare a diventare l'accesso primario all'io più intimo.
A una certa età, poi, iniziamo a cercare dentro il nostro, di specchio. Ci rivediamo bambini, fiduciosi di crescere liberi; ci riscopriamo spettatori della nostra stessa esistenza. E proprio quando comprendiamo come avremmo dovuto viverla davvero, incontriamo quel bambina/o che eravamo, insieme all'io che avremmo voluto essere e che non abbiamo avuto il coraggio di diventare.
Ci resta allora un’eterna speranza, quasi una certezza: che ogni fine sia un nuovo inizio. L’idea che quel bambina/o, con maggiore consapevolezza, possa tornare a ripercorrere la vita, a volte attraversandola, a volte vivendola appieno, in un eterno, necessario, rigenerarsi.